Un errore comune che in pochi notano
Profumato, versatile e semplicissimo da preparare, il caffè filtro è tra le bevande più amate al mondo. Eppure, in molti paesi — e non solo — circola un'etichetta sbagliata per definirlo. Vale la pena capire da dove viene questa confusione e, soprattutto, perché non regge.
L'idea dietro al filtro di carta
Il nome "caffè filtro" deriva direttamente dal metodo con cui viene preparato: il filtraggio, appunto. Esistono diverse tecniche per ottenerlo — tra le più note ci sono il chemex e il clever dripper. In casa, invece, si ricorre spesso alla french press oppure a una macchinetta con filtro di carta.
Questa bevanda fece la sua comparsa in Europa già nel XVII secolo. La crescente domanda spinse alla creazione dei primi filtri in tessuto, che semplificarono enormemente la preparazione. Verso la fine del Settecento, diverse aziende misero in commercio le cosiddette Biggin Pots, tra i primi strumenti dedicati a questo scopo.
La svolta firmata da una donna di Dresda
Il vero punto di svolta arrivò nel 1908, grazie a Melitta Bentz, originaria di Dresda, in Germania. Il problema che voleva risolvere era concreto: i filtri dell'epoca lasciavano nel caffè piccoli residui non filtrati, compromettendo il risultato in tazza.
La sua soluzione fu tanto ingegnosa quanto semplice. Prese della carta assorbente dal quaderno scolastico di suo figlio e la sistemò sopra una pentola che aveva forato sul fondo. Il risultato la soddisfece al punto da spingerla a depositare una domanda di brevetto nel luglio di quello stesso anno. La Melitta Bentz Company, fondata da lei, produce filtri di carta ancora oggi.
Ma allora perché in alcuni paesi lo chiamano "francese"?
Non è chiaro con certezza come si sia diffusa questa denominazione. Altrove nel mondo prevalgono termini come black coffee o semplicemente brew. L'ipotesi più accreditata è che la confusione nasca dalla french press, lo strumento spesso associato a questo tipo di caffè.
La french press? È italiana, non francese
Ecco l'ironia della storia: la french press — conosciuta anche come cafetière — è in realtà di origine italiana. Sviluppata per la prima volta nel 1852, arrivò sul mercato commerciale soltanto nel XX secolo. Nel 1929, l'italiano Attilio Calimani ne brevettò una prima versione. La forma attuale, però, si deve a un altro italiano: Faliero Bondanini.
Il funzionamento è elementare ma efficace: il caffè macinato viene versato in un cilindro, si aggiunge acqua calda e si abbassa lentamente lo stantuffo, che filtra il caffè in modo graduale. Dopo la diffusione della cafetière, nacquero altri metodi in cui l'acqua calda scorre goccia a goccia attraverso un filtro riempito di caffè macinato.
Una popolarità che non tramonta
Nonostante la moltiplicazione delle tecniche di estrazione, il caffè filtro non ha mai perso il suo fascino. I motivi sono facilmente intuibili: aromi intensi e complessi, grande versatilità e la possibilità di ottenere preparazioni molto diverse tra loro — dal cold brew all'Irish Coffee. Ogni metodo racconta qualcosa di diverso sulla bevanda più bevuta del pianeta.













